L’incontro più atteso (in Patagonia)
«La paura che ci spinge a illuminare la notte e ci impedisce di apprezzare l’oscurità ci allontana anche dal valore della paura stessa. E proprio come non sto per lanciarmi col bungee jumping dal ponte di un canyon, non sono disposto a correre rischi in una zona della città infestata dalla criminalità. Ma camminare seguendo le tracce di un orso bruno o in un canyon con dei puma, oppure cercare la luna piena o passeggiare in una bella città di notte, significa conoscere una paura che anima e, credo, illumina.»
Questa frase, secondo me, illustra alla perfezione una storia successa anni fa (più o meno nel 2021) che, per me, è stata una delle cose più meravigliose che la notte e il buio mi abbiano mai regalato.
Come molto spesso accade, stavo salendo sulla Meseta del Lago Buenos Aires, un altopiano basaltico ai piedi del lago più grande della Patagonia, da sola. C’era la luna piena. Era estate. Una notte bellissima, durante la quale avevo iniziato la salita al tramonto.
Avevo camminato per circa 3 km in salita ed ero a metà dell’ultima ascesa verso la cima, a 1400 metri sul livello del mare. Niente torcia, perché si vedeva perfettamente con la luce della luna, finché non vedo un’ombra abbastanza grande, immobile, a circa 5 metri da me. Accendo la luce: è un guanaco (lama guanicoe). Lui era spaventato quanto me, ma il problema è che ha cominciato a urlare fortissimo, facendo rimbalzare il suo verso su tutte le rocce della meseta. Quel suono in spagnolo si chiama “relincho”, che in italiano sarebbe nitrito (tipo quello di un cavallo). Ovviamente lo fa per avvisare la mandria che, in teoria, c’è un pericolo imminente. In questo caso, io.
Ecco il guanaco, della famiglia dei camelidi, durante la salita verso la meseta, con la vegetazione tipica della steppa e, sullo sfondo, parte della roccia della Meseta del Lago Buenos Aires.
Dentro di me pensai: “Ma stai zitto! Perché se ci fosse un puma qui vicino, saremmo spacciati”. Infatti, avvertendo la mandria, stava attirando proprio “il nemico”. Poi lui scappò e io seguii il sentiero verso la cima.
Arrivata in cima, lo scenario era meraviglioso. Mai visto nulla di simile. Comunque, era la mia prima volta sopra la meseta ed era veramente come stare sulla luna: lagune, montagne, vulcani e, in lontananza, la catena della Cordigliera delle Ande. Un vero spettacolo.
Lasciai lo zaino e il sacco a pelo, perché il piano originale era dormire lì, senza tenda, facendo bivacco; avevo pure la mia cena. Subito iniziai a montare la fotocamera sul treppiedi. Mi feci delle foto con il cartello dell’altitudine della meseta, tranquillissima. Poi accesi la torcia per vedere un po’ meglio cosa ci fosse oltre e si accesero degli occhi arancioni. Tremai di nuovo, ma subito dopo qualcosa volò via. “Fiuj!”… respirai.
Ma la terza volta che accesi la torcia… mi tornarono indietro degli occhi verdi. In quel periodo lavoravo in un progetto di conservazione della fauna nativa e sapevo che il riflesso verde degli occhi significava: felino.
Il suolo basaltico della meseta, le lagune e un puntino bianco al centro che è il protagonista di questa storia.
Le gambe mi tremavano, ma la fotocamera era già in posizione e non potevo scappare ora. Avevo sempre desiderato quel momento. Solo che quella sera ero sola, senza campo e nel bel mezzo del nulla. Ma dai, Melisa, coraggio!
Scattai una foto per verificare che si trattasse davvero di un puma, ed eccolo lì. Finì l’esposizione di otto secondi, feci lo zoom ed era proprio lui. Mio Dio! Le gambe mi tremavano ancora di più, ma che sensazione incredibile.
Scattai per circa 15 minuti; lui era a una cinquantina di metri da me, ma continuavamo a scambiarci sguardi.
Ecco le foto ingrandite del puma. Ovviamente non è un granché, ma è l’unico documento che ho. Non avevo nemmeno più batteria nel cellulare. L’obiettivo che avevo era per i paesaggi, non per la fauna, e comunque, di notte, era complesso mettere a fuoco e fotografare il felino.
È stato davvero uno spettacolo poterlo fotografare. Avevo sempre desiderato quel momento e sapevo che, prima o poi, sarebbe successo, per una ragione semplice: ci ritroviamo entrambi nello stesso habitat notturno. Lui esce a caccia di prede, io, invece, a caccia di stelle.
Poi, cercai di trovare l’altro teleobiettivo per vedere se riuscissi a fotografarlo più da vicino, ma nel momento in cui montai la lente e riaccesi la torcia, lui era già in posizione d’attacco, tipica dei felini: una zampa davanti e l’altra dietro.
Riuscii a scattare quella foto con il teleobiettivo; venne peggio dell’altra, ma comunque si vede perfettamente lui.
Arrivò il momento in cui dissi a me stessa: “Ok, Melisa, ci siamo, andiamo”. E cominciai a scendere piano piano, senza mai perdere di vista il puma. Purtroppo sì, ho dovuto scendere i 4 km che avevo fatto in salita; sembrano pochi, ma ero stanchissima dopo tutta quell’adrenalina, ed era un tratto veramente ripido.
Quando riuscii a perderlo di vista, iniziai a correre. Ogni tanto mi guardavo indietro, temendo che mi seguisse, ma non è stato affatto così. Lui era tranquillo nel suo ambiente, io non gli interessavo minimamente.
Una volta terminata la discesa ripida e arrivata in una zona pianeggiante, sono scoppiata a piangere. Per l’emozione, per la paura, per l’adrenalina, per il non avere campo né batteria e non poter condividere tutto con nessuno, nemmeno mettermi a scrivere. Mi sembrava pazzesco, mi sentivo come Ulisse nell’Odissea, non lo so. È stato qualcosa di veramente inspiegabile.
Giù mi aspettavano due opzioni per dormire: un vecchio rifugio di campo, pieno di ratti, o una cupola con il telo rotto e, anche lì, con dei ratti. Bellissime entrambe. La terza opzione era tornare al nucleo storico del parco, ma erano circa 13 km in più, di notte e senza aver mai visto prima quel sentiero. Quindi, decisi di dormire insieme ai topolini nella cupola rotta. Con il mio sacco a pelo e la torcia stretta a me, così nessuno mi avrebbe disturbata.
La repercursione
È finita così questa meravigliosa avventura, che non si concluse lì, ma non voglio dilungarmi troppo. Anche il giorno dopo è stato splendido, nonostante il duro cammino per il ritorno.
Grazie a questo racconto, sono stata contattata da testate giornalistiche nazionali e persino da canali televisivi pubblici; è diventata una storia unica, che non dimenticherò mai.
Contesto e posizione
La Meseta del Lago Buenos Aires è un altopiano basaltico che non appartiene alla catena montuosa delle Ande e ha una superficie di 3.152 km². A prescindere dal non essere iconica quanto le montagne della Cordigliera, è estremamente importante perché lì nidificano specie endemiche, ovvero che vivono solo in quel luogo. È anche un importante serbatoio d’acqua dolce, poiché la montagna più alta sopra la meseta ospita un ghiacciaio extra-andino da cui nascono i principali fiumi della zona, fondamentali per la produzione di frutta fine come le ciliegie e le fragole più australi del mondo.
Una parte della meseta è protetta dal Parco Nazionale Patagonia, uno dei luoghi più selvaggi e incontaminati dell’Argentina.
per Melisa Quintero
Guida ambientale, fotografa naturalista e designer grafica.
Realizzo mappe, adoro fotografare i paesaggi stellati, insegno fotografia notturna e supporto progetti legati al turismo per svilupparli e valorizzarli. Scrivo delle mie avventure, dei miei apprendimenti e delle mie ricerche sui temi che mi appassionano.
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